Cybercrime, crescono gli attacchi nei primi mesi dell’anno aumenta sempre più il rischio industriale

Cloud, phishing e credenziali rubate spingono gli attacchi. Carioti (Agenzia per la Cybersicurezza): «La domanda per le aziende non è più se accadrà, ma quando». Grignaffini (Certego): «L’AI rende il cybercrime più rapido e accessibile»

Nei primi cinque mesi del 2026 le oltre 200 aziende italiane hanno registrato 7.552 incidenti di sicurezza informatica e oltre 58 mila allarmi, con una crescita del 7,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (fonte Certego).

Anche se nel mese di aprile 2026, l’Operational Summary dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) ha evidenziato una diminuzione degli incidenti cyber registrati in Italia, dopo il boom dei primi mesi dell’anno (in concomitanza con la progressiva entrata a regime degli obblighi di notifica previsti dalla direttiva NIS2), il trend di questa prima parte del 2026 racconta una pressione crescente su tutte le principali superfici di attacco e che fotografano una trasformazione profonda: il cybercrime sta diventando sempre più industriale, mentre la cybersecurity smette di essere una questione per specialisti e si trasforma in un tema di governance aziendale.

A rendere più complesso il quadro è l’impatto dell’intelligenza artificiale. «Stiamo abbassando drasticamente la soglia d’ingresso», ha spiegato Bernardino Grignaffini Gregorio, amministratore delegato e fondatore di Certego. Secondo il manager, nel dark web stanno già circolando modelli linguistici privi dei sistemi di protezione presenti nelle piattaforme commerciali, utilizzati per individuare vulnerabilità, sviluppare malware e costruire campagne di phishing sempre più credibili e personalizzate.

Il risultato è un’accelerazione su più fronti. Cresce il numero degli attaccanti, aumenta la capacità di gestire operazioni simultanee e si riducono i tempi necessari per passare dall’intrusione al danno vero e proprio. «Il problema non è solo quando non vediamo nulla, ma anche quando vediamo troppo». L’eccesso di allarmi può infatti trasformarsi in rumore di fondo e rendere più difficile individuare le minacce realmente pericolose.

Non sorprende quindi che tra le tecniche di attacco più diffuse continuino a figurare malware (32%), phishing e social engineering (22%), sfruttamento delle vulnerabilità (21%) e compromissione delle credenziali (18%). Proprio il phishing sta beneficiando maggiormente dell’uso dell’intelligenza artificiale, che consente di personalizzare messaggi e contenuti con livelli di credibilità impensabili fino a pochi anni fa.

Se la minaccia cambia volto, cambia anche il concetto stesso di sicurezza. «La domanda non è più se accadrà, ma quando accadrà», ha spiegato Francesco Carioti, responsabile della Divisione Rapporti istituzionali e Relazioni esterne dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Per questo motivo il tema centrale diventa la resilienza: quanto danno provoca un attacco e in quanto tempo un’organizzazione riesce a riprendere la propria attività. La cybersecurity, però, non riguarda soltanto la continuità operativa.

Sempre più spesso entra nei bilanci, nelle valutazioni assicurative e persino nell’accesso al credito.

La minaccia, ha sottolineato il rappresentante dell’Acn, è spesso invisibile perché non supera cancelli né recinzioni. Viaggia attraverso una password sottratta, un computer compromesso o un accesso remoto. Per questo la sicurezza nazionale dipende anche dai comportamenti quotidiani di imprese, dipendenti e cittadini. «L’elemento più delicato è quello che sta tra il computer e la sedia», ha osservato Carioti, richiamando il ruolo decisivo del fattore umano.

Da qui la necessità di affrontare la sicurezza informatica come una componente della strategia aziendale e non come una semplice voce tecnologica.

In altre parole, il cyber risk assomiglia sempre meno a un problema tecnico e sempre più a un rischio industriale. Invisibile fino al momento in cui una fabbrica si ferma, una filiera si interrompe o un’azienda scopre che il proprio bene più prezioso non è il macchinario che produce valore, ma il dato che gli consente di funzionare.

Fonte: Corriere della Sera